Mercoledì scorso, con un brevissimo comunicato, l’Empoli ha sollevato dall’incarico di allenatore della prima squadra Aurelio Andreazzoli. Una decisione maturata al termine di profonde riflessioni, e nonostante un campionato degli azzurri eccellente culminato con una salvezza in Serie A al termine della stagione 2021/22. In un certo senso possiamo affermare che Aurelio è riuscito a chiudere un cerchio che era rimasto ingiustamente “aperto”: dopo la straordinaria cavalcata nel 2017/18, con il trionfo in Serie B con un distacco abissale sulle avversarie, ed una immeritata quanto amara retrocessione la stagione seguente, giunta solo all’ultima giornata dominando e strappando applausi a San Siro al cospetto di un Inter obbligata alla vittoria per approdare alla Champions.
Le strade di Aurelio e l’Empoli si erano divise con quel triste epilogo, sportivamente parlando ovviamente; ma tra tanti sportivi empolesi è sempre regnata la sensazione che il “matrimonio” non fosse finito del tutto: si respirava qualcosa nell’aria e, io per primo perché non mi sono mai nascosto pubblicamente in radio, in tv, ho sempre dichiarato che un giorno Andreazzoli sarebbe tornato per completare quell’opera che, forse, non si era potuta materializzare anche per via di quel disgraziato esonero, frettoloso pure, del novembre 2018.
Un po’ a sorpresa, un po’ inaspettatamente per l’evolversi del rapporto con Alessio Dionisi, l’estate scorsa mister Andreazzoli è tornato, accolto come uno di famiglia dalla città, in un abbraccio collettivo che va aldilà dei risultati maturati, della bellezza del gioco espresso, tutto frutto della professionalità, della trasparenza e della passione con cui Aurelio, affettuosamente soprannominato “nonno”, si è tuffato nella sua avventura con i colori azzurri, dando quasi la percezione fosse uno dell’Empoli da sempre.
Aurelio ha portato a compimento l’opera, si è ripreso quella salvezza che era sfumata via tre estati fa, è riuscito lui ed i suoi ragazzi a centrare quella salvezza nella massima serie che per Empoli vale sempre come una conquista di uno Scudetto.
Adesso però il ciclo con Aurelio Andreazzoli sembra essere terminato, un po’ a sorpresa per la verità, perché forse potevano esserci i presupposti per provare ad alzare l’asticella, andare ancora un po’ oltre: ma io lo voglio scrivere lo stesso, due giorni dopo l’annuncio ufficiale, perché penso nonostante tutto che in futuro lo rivedremo ancora sulla panchina azzurra… c’è un legame profondo che è sbocciato tra lui, gli empolesi e la città; un qualcosa che probabilmente con il tempo lo porterà ad essere icona dei propri tifosi: applaudito, acclamato, rispettato. Io la vedo così, lo scrivo con schiettezza, determinazione e senza giri di parole.
Così come con schiettezza e senza giri di parole voglio scrivere una cosa su Aurelio. Lo so mi spingo un po’ oltre, anche perché non ritengo di avere qualità e capacità in materia, ma è qualcosa che mi balla per la testa da un po’ di tempo, e forse sarà frutto del mio radicato e profondo attaccamento al calcio giovanile, al volgere sempre lo sguardo verso il domani, il futuro; io non so che strade prenderà il tecnico di Massa, non so quale scenario ci riserverà il futuro, se lo troveremo un giorno come avversario, o un’altra volta sulla panchina azzurra (anche se ne sono convinto…). Un’azzardo me lo voglio prendere e lo metto qui nero su bianco: ad Aurelio gli affiderei forse un ruolo ben più importante di quello di tecnico della prima squadra; a lui consegnerei le chiavi strategiche del club, il vivaio, coordinatore e supervisore tecnico del movimento della cantera azzurra. Sarebbe, per me, un giusto premio, e soprattutto il riconoscimento della competenza, frutto di anni di esperienza, ma anche di quella capacità di riuscire ad entrare nella testa dei giocatori, di farli crescere e maturare velocemente e con equilibrio. Un po’ alla Ferguson, anzi no, all’Andreazzoli all’italiana… perché a me non piacciono le imitazioni, sono attratto dalle cose autentiche. Chissà…
